Quattordici anni. Ricordo con nostalgia quell’età, in cui il
problema più grave era rimediare mille lire per fare miscela e la
cosa più importante erano le ragazze.
Nella mia compagnia ne avevamo una decina fisse, ma ogni domenica la
nostra “saletta”, una piccola discoteca fatta in casa, si
riempiva e venivano da ogni paese della zona per ballare da noi.
Io che non sapevo ballare, molto spesso mi improvvisavo disc jockey.
In paese ce n’erano almeno altre tre di salette che appartenevano
ad altre compagnie, ma le ragazze preferivano la nostra perché
eravamo più simpatici e soprattutto perché non facevamo pagare l’entrata,
cosa che nelle altre si faceva.
Devo anche dire che era la più carina di tutte.
Avevamo rivestito tutte le pareti della cantina con lastre di
polistirolo, ma di quello spesso quindici centimetri e, credetemi,
non era stato facile andare in quel cantiere di notte per rubarlo.
Poi avevamo una decina di lampeggianti piazzati in tutto il locale e
per strapparne uno da un cancello elettrico Mario, un mio amico, una
volta cadde e si ruppe il mignolo della mano.
Mettere in piedi una saletta aveva anche i suoi momenti di pericolo.
A parte queste cose e una trentina di metri di luci presi da un
albero di Natale gigante e un semaforo e qualche cartello stradale,
qualcosa lo comprammo anche.
Per esempio avevamo una ventina di poltroncine e divanetti
appoggiati a tutte le pareti, ma quelle le avevamo acquistate da un
mobiliere che vendeva roba usata.
Anche i due piatti per i dischi, le casse e la pista da ballo la
ritirammo da un tipo che chiudeva la sua saletta perché ormai aveva
compiuto diciannove anni e doveva partire per il militare e per noi
fu difficilissimo trovare quei soldi e quasi ci rinunciammo.
La vita di una saletta durava in media quattro anni, dai quattordici
ai diciotto, e per molti erano solo soldi buttati, ma per noi no.
Fu in una domenica di queste che ebbi per la prima volta un
contatto, se così si può chiamare, con Elena, ma non in saletta
come starete sicuramente pensando.
Quando le ragazze erano poche, si partiva in cinque dalla piccola
discoteca e si andava a “caccia”.
La caccia consisteva nel cercare in giro per i paesi, il maggior
numero di ragazze per riempire il più possibile il locale.
Girando per il paese in cerca di ragazzine da invitare, ne vidi due
sedute sul marciapiede che sfogliavano un diario o qualcosa del
genere.
Una si chiamava Elena e l’altra non l’avevo mai vista.
Premetto che con lei feci, negli anni, un sacco di figuracce.
Quel giorno inaugurai la serie.
Non conoscevo Elena personalmente, ma solo di vista.
Lei frequentava ragazzi più grandi un paio d’anni di noi, e la
sua compagnia era in un altro paese.
Credo che fosse la ragazza più carina che abbia mai visto.
Ma potevo fermarmi e invitarle così? Certo che no! Prima dovevo
farmi notare.
E mi notarono, cacchio se mi notarono!
Appena le adocchiai mi infilai una sigaretta in bocca, (faceva “figo”)
poi impennai il mio Garelli VIP con elaborazione 80 - 80, marmitta
Polini e il “rapido” al posto della classica manetta del gas.
Passai davanti a loro su una ruota sola, arrivai in fondo alla via,
mi girai e ripassai davanti ai loro sguardi sbalorditi sempre su una
ruota.
Decisi di rifare il mio show ancora una volta, dopo di che le avrei
invitate.
Mi girai ancora, partii e impennai di nuovo.
Quando arrivai davanti a loro successe il patatrac.
Nel primo passaggio non vidi quel buco per terra che invece adesso
avevo preso in pieno con la ruota posteriore.
Dalla botta i piedi mi scivolarono dai pedalini, il manubrio mi
scappò dalle mani e io mi ritrovai col culo per terra a guardare il
mio Garelli che si faceva ancora una decina di metri su una ruota,
prima di cadere e ribaltarsi tre o quattro volte.
Mi guardai in giro e vidi della gente che si era affacciata alle
finestre per vedere cos’ era successo.
Qualcuno mi urlò anche qualcosa tipo: “Ti sta bene, pirla!!!”.
Dio, che figura di merda! Avrei voluto sprofondare nell’asfalto
quando le due ragazzine vennero a domandarmi, ridendo, se mi ero
fatto male.
Dissi di no naturalmente, ma avevo un male alla schiena pazzesco, e
chiesi se volevano venire nella saletta della mia compagnia.
La ragazza che non conoscevo mi rispose che se nella mia compagnia
erano tutti rimbambiti come me, preferivano stare sedute sul
marciapiede.
Mi alzai, andai a raccogliere il mio motorino, (spesi 150.000 lire
per farlo riparare, mio padre voleva uccidermi) e me ne andai.
Passarono due settimane dalla prima figuraccia con Elena, quando un’altra
domenica con Gianni, compagno di mille cazzate, feci la seconda.
Era carnevale, noi arrivammo in saletta verso le tre di pomeriggio,
e il locale era strapieno di gente, la maggior parte ragazze.
A Gianni venne in mente un’idea delle sue e mi disse di aspettarlo
lì fuori.
Entrò e parlò col disc jockey di turno.
Uscì dieci minuti dopo, ridendo come un matto, e mi spiegò cosa
aveva intenzione di fare.
Inutile dire che accettai.
Chiamò due ragazzi che non conoscevamo e gli chiese se potevano
prestarci delle parti dei loro costumi per fare uno scherzo.
Io mi spogliai completamente e indossai gli stivali, il mantello e
la maschera di Zorro, mentre lui aveva indosso solo un paio di
scarpe e un cappuccio da boia sulla testa.
Gli chiesi due minuti di tempo per preparare il “fratellino”,
dopo di che si piegò a 90 gradi, aprì la porta ed entrò
camminando all’indietro. La musica cessò di colpo e qualcuno
gridava di fare silenzio.
Quando tutti gli occhi furono puntati sul suo sedere, Gianni,
aprendo e chiudendo le chiappe con le mani, lo fece parlare.
< Ladyes and Gentleman... THE NUMBER ONE!!!>
Entrai io e spalancai il mantello, mettendo in mostra il mio pisello
bello duro.
Le risate dei maschietti si confondevano con gli urletti
scandalizzati delle ragazze.
Io e il mio amico scappammo via più veloci della luce nel corridoio
che portava alla saletta e contro chi andai a sbattere? Sì, lei.
Elena era appena entrata nel corridoio con la sua amica e io le
piombai addosso facendola quasi cadere.
Guardò questo deficiente mezzo vestito da Zorro e con il pisello
all’aria e fu lì che mi rivolse per la prima volta la parola:
< Sei proprio un pagliaccio!> E uscirono da dove erano appena
entrate.
Non glielo dissi mai, ma con quella frase mi uccise.