Gianni ed io eravamo amici fin dai tempi dell’asilo.
Già da piccoli si vedeva che eravamo molto affiatati e se uno dei
due si metteva in qualche casino, l’altro faceva di tutto per
tirarlo fuori.
Lui era più portato di me ad incasinarsi perché non era abbastanza
furbo da non farsi beccare quando faceva qualche cazzata. Abitavamo
nello stesso cortile, e ricordo una volta che decidemmo di giocare a
nascondino con altri bambini che abitavano nella nostra stessa via.
Ai tempi c’era una dominio di zona che faceva paura, se uno di un’altra
via voleva giocare con noi, doveva chiedere il permesso e lo stesso
valeva per noi naturalmente.
Con gli “stranieri”, (così li chiamavamo) giocavamo solo a
figurine e a biglie e quasi sempre si finiva col litigare.
Io ero il “padrone”, cioè quello che decideva le regole dei
giochi perché avevo più biglie e figurine di tutti.
Quando diventai “grande”, regalai tutte le mie cose ad un
bambino di sette anni che abitava in cortile e ridendo e scherzando
a quattordici anni avevo collezionato una busta dell’UPIM piena di
biglie di vetro, una scatola che conteneva duecento biglie di
ceramica e un’altra con un centinaio di biglie di ferro, mentre di
figurine dei calciatori “Panini”, ne avevo più di mille
comprese le doppie.
A questi giochi gli “stranieri” erano ammessi, ad altri no.
Specialmente a nascondino, perché se io e Gianni proponevamo di
fare quel gioco, dovevano partecipare solo bambine che conoscevamo e
che conoscevano le regole, perché il nostro non era un nascondino
normale.
In particolare ci fu un nascondino che ci rovinò la reputazione.
Avevamo circa setto o otto anni, non di più, e lanciammo la
proposta.
Le bambine della nostra età che già avevano giocato con noi erano
entusiaste all’idea.
Il gioco consisteva di nascondersi tutti e di non farsi trovare da
quello che doveva scovarci.
Nascondino, direte voi.
Sì, ma con una variante, e cioè che io, Gianni e due o tre bambine
stavamo nascosti per almeno due ore nudi a toccarci.
Di solito ci nascondevamo in una soffitta adibita a stendibiancheria
e usavamo un lenzuolo come séparé e quando eravamo tutti
completamente nudi studiavamo i nostri corpi.
Noi potevamo toccare la loro passerina se noi facevamo toccare a
loro il nostro pisello.
Eravamo intenti a giocare quando sentimmo qualcuno salire le scale.
Io e le altre due bambine ci nascondemmo dietro ad una fila di panni
stesi, Silvia e Gianni rimasero lì in piedi come due scemi.
Purtroppo quella che stava salendo le scale era proprio la mamma di
Silvia e quando vide la sua bambina nuda e con il pisello dei mio
amico in mano, tirò un urlo che Gianni per la paura si fece
scappare qualche goccia di pipì.
Successe il finimondo.
Furono avvisati i genitori del mio amico che lo massacrarono di
botte per fargli dire i nomi degli altri bambini che la mamma di
Silvia aveva visto scappare, ma lui era un duro e riuscì a
resistere... per ben trenta secondi.
Le presi anch’io e anche le bambine. Gianni si giustificò dicendo
che non era giusto che le botte le prendesse solo lui visto che
eravamo in cinque.
Da quel giorno io e lui eravamo sorvegliati speciali e se le bambine
(tutte) erano fuori a giocare con noi, ogni mezz’ora dovevano
entrare in casa e dire cosa stavano facendo.
Gianni nei momenti di pericolo vuotava subito il sacco.
Non ho mai capito se lo facesse per paura, per onestà o perché era
semplicemente stronzo. Mah! Perché questa cosa me la fece anche a
dodici anni.
Noi avevamo una casa su un albero sulla riva del Seveso.
Un giorno il fiume ci portò dei bidoni di latta, noi li portammo
sotto la casa per vedere di utilizzarli in qualche modo.
Io tolsi il tappo e annusai per sentire cosa contenevano e ne uscì
una puzza fortissima di acetone, come quello che usano le donne per
le unghie.
Per essere sicuro che fosse vuoto guardai dentro... con un
fiammifero.
Partì una fiammata che mi investì in pieno volto e mi bruciò fino
a metà testa i capelli.
Cominciai a urlare spaventato, Gianni bagnò il suo fazzoletto nell’acqua
del fiume e me lo mise su quello che restava dei miei capelli
fumanti.
Gli dissi di non dire che avevo messo dentro un fiammifero acceso,
altrimenti oltre alle bruciature avrei preso anche gli schiaffi.
Riuscì a non dirlo per dieci minuti, poi spifferò tutto a mia
mamma che prima mi fece medicare le ustioni sul viso al pronto
soccorso e poi, una volta a casa, mi riempì di sberle.
Naturalmente crescendo questo suo modo di fare cambiò, anzi, adesso
eravamo complici in tutto e appena ce n’era bisogno uno copriva
subito l’altro.