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2

Gianni ed io eravamo amici fin dai tempi dell’asilo.
Già da piccoli si vedeva che eravamo molto affiatati e se uno dei due si metteva in qualche casino, l’altro faceva di tutto per tirarlo fuori.
Lui era più portato di me ad incasinarsi perché non era abbastanza furbo da non farsi beccare quando faceva qualche cazzata. Abitavamo nello stesso cortile, e ricordo una volta che decidemmo di giocare a nascondino con altri bambini che abitavano nella nostra stessa via.
Ai tempi c’era una dominio di zona che faceva paura, se uno di un’altra via voleva giocare con noi, doveva chiedere il permesso e lo stesso valeva per noi naturalmente.
Con gli “stranieri”, (così li chiamavamo) giocavamo solo a figurine e a biglie e quasi sempre si finiva col litigare.
Io ero il “padrone”, cioè quello che decideva le regole dei giochi perché avevo più biglie e figurine di tutti.
Quando diventai “grande”, regalai tutte le mie cose ad un bambino di sette anni che abitava in cortile e ridendo e scherzando a quattordici anni avevo collezionato una busta dell’UPIM piena di biglie di vetro, una scatola che conteneva duecento biglie di ceramica e un’altra con un centinaio di biglie di ferro, mentre di figurine dei calciatori “Panini”, ne avevo più di mille comprese le doppie.
A questi giochi gli “stranieri” erano ammessi, ad altri no.
Specialmente a nascondino, perché se io e Gianni proponevamo di fare quel gioco, dovevano partecipare solo bambine che conoscevamo e che conoscevano le regole, perché il nostro non era un nascondino normale.
In particolare ci fu un nascondino che ci rovinò la reputazione.
Avevamo circa setto o otto anni, non di più, e lanciammo la proposta.
Le bambine della nostra età che già avevano giocato con noi erano entusiaste all’idea.
Il gioco consisteva di nascondersi tutti e di non farsi trovare da quello che doveva scovarci.
Nascondino, direte voi.
Sì, ma con una variante, e cioè che io, Gianni e due o tre bambine stavamo nascosti per almeno due ore nudi a toccarci.
Di solito ci nascondevamo in una soffitta adibita a stendibiancheria e usavamo un lenzuolo come séparé e quando eravamo tutti completamente nudi studiavamo i nostri corpi.
Noi potevamo toccare la loro passerina se noi facevamo toccare a loro il nostro pisello.
Eravamo intenti a giocare quando sentimmo qualcuno salire le scale.
Io e le altre due bambine ci nascondemmo dietro ad una fila di panni stesi, Silvia e Gianni rimasero lì in piedi come due scemi.
Purtroppo quella che stava salendo le scale era proprio la mamma di Silvia e quando vide la sua bambina nuda e con il pisello dei mio amico in mano, tirò un urlo che Gianni per la paura si fece scappare qualche goccia di pipì.
Successe il finimondo.
Furono avvisati i genitori del mio amico che lo massacrarono di botte per fargli dire i nomi degli altri bambini che la mamma di Silvia aveva visto scappare, ma lui era un duro e riuscì a resistere... per ben trenta secondi.
Le presi anch’io e anche le bambine. Gianni si giustificò dicendo che non era giusto che le botte le prendesse solo lui visto che eravamo in cinque.
Da quel giorno io e lui eravamo sorvegliati speciali e se le bambine (tutte) erano fuori a giocare con noi, ogni mezz’ora dovevano entrare in casa e dire cosa stavano facendo.
Gianni nei momenti di pericolo vuotava subito il sacco.
Non ho mai capito se lo facesse per paura, per onestà o perché era semplicemente stronzo. Mah! Perché questa cosa me la fece anche a dodici anni.
Noi avevamo una casa su un albero sulla riva del Seveso.
Un giorno il fiume ci portò dei bidoni di latta, noi li portammo sotto la casa per vedere di utilizzarli in qualche modo.
Io tolsi il tappo e annusai per sentire cosa contenevano e ne uscì una puzza fortissima di acetone, come quello che usano le donne per le unghie.
Per essere sicuro che fosse vuoto guardai dentro... con un fiammifero.
Partì una fiammata che mi investì in pieno volto e mi bruciò fino a metà testa i capelli.
Cominciai a urlare spaventato, Gianni bagnò il suo fazzoletto nell’acqua del fiume e me lo mise su quello che restava dei miei capelli fumanti.
Gli dissi di non dire che avevo messo dentro un fiammifero acceso, altrimenti oltre alle bruciature avrei preso anche gli schiaffi.
Riuscì a non dirlo per dieci minuti, poi spifferò tutto a mia mamma che prima mi fece medicare le ustioni sul viso al pronto soccorso e poi, una volta a casa, mi riempì di sberle.
Naturalmente crescendo questo suo modo di fare cambiò, anzi, adesso eravamo complici in tutto e appena ce n’era bisogno uno copriva subito l’altro.


 

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Aggiornato il :  10 May, 2008