Dovette passare un anno prima di fare la terza figuraccia con Elena,
ma questa volta non la feci direttamente con lei. In quell’anno la
incrociai quattro o cinque volte in paese e ogni volta lei finse di
non vedermi. Non potevo certo darle torto.
Un sabato pomeriggio di Dicembre, ero con la mia compagnia al nostro
punto di ritrovo, il “Bar Calabria”. Non si chiamava così, ma
ormai tutto il paese l’aveva ribattezzato con questo nome perchè
i proprietari erano due anziani calabresi.
Stavamo guardando fuori dalla vetrina perchè nevicava fortissimo e
nessuno di noi aveva mai visto cadere dei fiocchi così grossi.
(era la famosa nevicata dell’81, quella che fece crollare il tetto
del palazzetto dello sport di Milano)
Quando i fiocchi si fecero un po' più normali, uscimmo e si
scatenò una piccola battaglia. Tra una palla di neve e l’altra
Paolo, il più grande della compagnia, lui aveva già diciotto anni
e noi quasi tutti quindici, disse una frase che bloccò Gianni e me.
< Offro una pizza a chi ha il coraggio di sdraiarsi nudo nella
neve>
Per una pizza gratis io e lui avremmo fatto qualsiasi cosa, e anche
di più. Infatti...
< Se sei disposto a pagarne due...> disse Gianni < ...io e
Roby facciamo il giro del paese nudi in motorino>
Paolo ci pensò qualche secondo, poi disse:
< Ok, ci sto, ma a una condizione: vi dovrete fermare a chiedere
un’informazione alla prima persona di sesso femminile che
incontrate.>
Tutti si girarono verso di noi.
< Per me va bene! Tu Roby ci stai?> disse Gianni guardandomi
con un sorriso da pazzo sul volto.
< Umm... per una pizza? ...certo che sì!> risposi io.
Andammo sul retro del bar, ci spogliammo completamente e salimmo in
due sul “Ciao” di Gianni. Guidavo io.
Per fortuna il paese era deserto. Aveva ricominciato a nevicare, ma
poco. Faceva un freddo cane e il pistolino mi si era atrofizzato. E’
strano come si ritira il pisello col freddo.
Paolo ci seguiva, con altri cinque della compagnia, con la sua “Uno”
e si teneva a una cinquantina di metri di distanza per controllare
che facessimo veramente il giro del paese, quando vedemmo due donne.
Camminavano sul marciapiede nella stessa nostra direzione, ma dall’altra
parte della strada.
< Dai, chiedi l’informazione e torniamo al bar> disse
Gianni.
< Io? E che cazzo d’informazione chiedo?> io pensavo che l’informazione
dovesse chiederla lui.
< E che ne so? Chiedi qualcosa!> rispose lui.
Andai nell’altra corsia e mi affiancai al marciapiede.
Le due donne avranno avuto circa quarantacinque anni.
< Ehm... scusate, per Betlemme?> chiesi io.
Una si girò dall’altra parte sghignazzando, l’altra mi squadrò
partendo dai piedi fino alla testa, soffermandosi con lo sguardo per
una decina di secondi sul mio ghiacciolino.
< Segui la sirena> disse infine.
< La sirena? ...forse voleva dire la cometa!> dissi io
sarcasticamente.
< No, no... proprio la sirena!> replicò lei puntando l’indice
dritto in fondo alla strada.
Seguimmo la punta del dito e davanti a noi, a circa duecento metri,
i vigili ci stavano venendo incontro in macchina. < Cazzo!>
esclamò Gianni.
< Grazie dell’informazione!> dissi io alla signora e
accelerai al massimo.
Invece di girare il motorino e scappare decisi di passare di fianco
all’auto dei vigili.
Fu un’ottima mossa, perchè con la neve sull’asfalto ci misero
un po' a fare manovra per seguirci.
Io guidavo guardando le case sulla destra mentre con la mano mi
coprivo il profilo rimasto scoperto per non essere riconosciuto,
Gianni invece si nascose dietro il mio corpo.
Con la coda dell’occhio guardai dietro e vidi le due donne piegate
in due dal ridere e questo fece sorridere anche me.
Tornammo nel retro del bar e il resto della compagnia ci corse
incontro con i nostri vestiti.
Mezz’ora dopo, dalla vetrina del bar, guardavamo i vigili che
facevano avanti e indietro con la speranza di trovare i due pazzi.
Per fortuna non ci riconobbero.
Ora vi starete chiedendo cosa c’entra la figuraccia con Elena con
questa storia. C’entra, c’entra.
Il giorno dopo tutta la mia compagnia era riunita nel bar per
raccontare la storia dei Re Magi in Ciao.
Io e Gianni eravamo impegnati a rubare dei dischi dal juke box da
portare in saletta.
Avevamo trovato il sistema di aprirlo e ogni tanto ne facevamo
sparire qualcuno.
Stavamo prendendo Lio e Plastic Bertrand, quando Fabio mi chiamò
dicendomi che fuori c’erano due ragazze che mi cercavano. Pensando
a uno scherzo mi avviai verso l’uscita. Elena con una sua nuova
amica mi stavano aspettando davvero. Mi si azzerò la salivazione di
colpo. Era bellissima. Mi resi conto quel giorno che pur avendo la
stessa età, io sembravo un ragazzino, (quello ero) lei no.
< Ciao> le dissi imbarazzato. < Tu sei pazzo!> rispose
lei scuotendo la testa.
I suoi capelli, che davano sul rossiccio, dondolarono nell’aria e
io quella scena la vissi al rallentatore.
< Sì, lo so, me lo dicono tutti…> feci una pausa <…ma
perché scusa?>
< Ieri sera è venuta a trovarci a casa una nostra vicina e ci ha
raccontato che ieri pomeriggio due....> e mi raccontò tutta la
storia dei Re Magi.
< E cosa c’entro io?> risposi un po’ ridendo e un po’
preoccupato.
< Quando ha detto che secondo lei erano due ragazzi del bar
Calabria, ho pensato subito a te. Uno eri tu vero?> era seria.
< Ascolta, guarda che era solo uno scherzo e...>
< Lo sapevo!> e scoppiarono a ridere tutte e due. < Non
preoccuparti non glielo dirò che uno dei due pazzi sei tu, e
comunque, mentre ce lo raccontava eravamo tutti sdraiati per terra
dal ridere, compresa lei>
Tirai un sospiro di sollievo. La guardavo ridere, ero incantato
dalla sua bellezza.
Ora capivo perchè era la preda più ambita dai maschietti del
paese, era davvero splendida.
I suoi occhi verdi risaltavano col colore rossiccio dei capelli e la
pelle chiarissima, e sul naso aveva qualche lentiggine che la faceva
ancora più carina.
Ma che cavolo mi stava succedendo?
Era la prima volta che mi capitava di notare tutti questi
particolari su una ragazza. Per un attimo l’istinto mi disse di
abbracciarla, ma mi trattenni.
Le invitai nel bar e le presentai a Gianni. Lui rimase fulminato da
Laura, l’amica di Elena. Continuava a fissarla e anche lei
ricambiava quegli sguardi, arrossendo.
Ordinammo quattro coche e passammo il pomeriggio nel bar a ridere di
quello scherzo e sulle varie figure fatte da me, compresa quella del
volo in motorino che non avevo mai raccontato a nessuno.
Scoprii anche che era molto simpatica e che non se la “tirava”
per niente... e che non avevo il coraggio di guardarla negli occhi.
Sentivo il cuore che mi batteva a un ritmo incredibile e mi sarebbe
piaciuto prenderle le mani e magari dirle qualche frase dolce, ma
quando cercavo di mettere assieme tutto il mio coraggio per farlo,
mi tornava alla mente una frase che mi disse un anno prima: “sei
solo un pagliaccio”, e i pagliacci non parlano d’amore.
Quella notte non riuscii a chiudere occhio, continuavo a pensare
...pensare ...pensare.
“Cosa mi manca
se non la tua calda voce
in questa notte solitaria?
Cosa cerco
se non i tuoi occhi sconosciuti
che mai mi lasciano in disparte?
Eppur tu
così lontana
nell’oblio spazio tempo
torni spesso
mai sfiorata nel respiro
eppur così cara
tanto amata
seppur così lontana.
Che il mare ti culli dolcemente
come i sogni di una vita intera
disillusi.
Dolce, grande
come le vele che schiudi
alle carezze del vento.
Dolce, grande
come ciò che di te non posso avere
e che di me ti vorrei dare.
E’ in te l’illusione di ogni giorno
giungi come la rugiada sulle corolle
scavi l’orizzonte con la tua assenza
eternamente in fuga come l’onda.”