“...le ali di un Angelo sono trasparenti, delicate, luminose
basta un soffio di nulla per renderle cupe..”.
1986
Nell’Agosto di quest’anno finì il mio anno di naja.
A parte la lontananza da Elena non mi era dispiaciuto passare un po’
di tempo da solo.
Due agende le riempii di poesie proprio in quell’anno e molte
andarono in giro per l’Italia perchè i miei compagni di camerata
mi pagavano, 10.000 lire l’una, ogni poesia che scrivevo per le
loro ragazze che poi naturalmente firmavano loro.
Quando mi congedai quei pochi della mia compagnia che non erano
andati in ferie organizzarono una festa.
Il mese dopo io ed Elena andammo per tre domeniche consecutive al
nostro posticino sul lago.
Molte volte piangeva davanti a tanta bellezza, poi mi abbracciava e
finivo col piangere anch’io ed ero sempre più convinto di amarla
da morire, anche per questa sua sensibilità.
Per tre domeniche facemmo l’amore nella nostra grotta per poi
starcene per ore tutti nudi a guardare il lago accarezzati dai raggi
del sole.
Qualche settimana dopo, era sabato sera ma ho dimenticato la data,
Gianni mi chiese se avevamo voglia di andare con lui e Laura a farci
una pizza.
Chiesi ad Elena e lei mi disse di sì, perché era passato molto
tempo dall’ultima volta che eravamo usciti con loro.
Ci portarono in un ristorante molto bello di Milano e ordinammo
tutti la pizza.
Passammo la serata a ridere come scemi sulle cazzate passate negli
ultimi sei anni e a come ci stavamo fossilizzando adesso che ne
avevamo venti.
Uscimmo dal locale dopo due o tre ore, non ricordo bene, e andammo
in Piazza Duomo a vedere un tipo fuori di testa che faceva il
fachiro; chi è di Milano lo conosce senz’altro.
Era l’una circa quando tornammo alla macchina.
Io ed Elena ci sedemmo dietro.
Il mio amico mi chiese quale strada preferivo.
< Per me è uguale, fai la Superstrada che c’è meno casino>
risposi.
La guida di Gianni era dolce e rilassante, con lui non c’era
pericolo di superare il limite di velocità, al contrario di come
andava in motorino, in macchina era tranquillissimo, anche troppo.
Come sottofondo aveva messo una cassetta degli Eagles e in quel
momento stavano cantando una canzone che a me e a Elena piaceva
molto, ma non ne ricordo il titolo.
Come ho già detto sono molte le cose che ho eliminato dalla
memoria.
L’abbracciai e cominciai a baciarle le labbra e accarezzarle le
gambe.
Un botto fortissimo, quasi una bomba e, non so spiegarvi come, mi
ritrovai sull’asfalto.
Dopo qualche secondo mi guardai intorno e mi resi conto che avevamo
fatto un frontale con un’altra auto.
Seppi più tardi che il tizio che la guidava era ubriaco fradicio e
aveva imboccato la superstrada dalla parte sbagliata.
Come sempre in questi casi, lui non si fece niente.
Mi alzai, mi passai le mani sul viso e mi accorsi che perdevo sangue
dalla fronte, ero pieno di graffi e tagli, ma niente di grave.
Andai di corsa verso la Golf di Gianni.
Non si capiva più nemmeno che macchina fosse, dal groviglio di
lamiere si poteva distinguere solo il colore bianco.
Vidi il mio amico uscire da quello che rimaneva della sua auto,
urlava come un pazzo e agitava le braccia.
Era pieno di sangue e un polso gli penzolava, ma poteva stare in
piedi, quindi mi precipitai a soccorrere le ragazze.
Laura fu la prima che tirai fuori dalle lamiere.
Aveva un grosso taglio sulla testa e il torace era schiacciato, al
posto del seno era rimasta una conca... ed era già morta.
Gianni continuava a girare in tondo come un matto, piangendo e
urlando.
Per estrarre Elena feci più fatica, il suo corpo era sotto un
groviglio di sedili, lamiere e vetri.
La tirai fuori e la sdraiai per terra appoggiandole la testa sulle
mie gambe, le pulii il viso pieno di sangue con la manica della
camicia.
Era massacrata. La sua gamba destra era girata al contrario e sul
collo c’era una ferita molto profonda da cui usciva molto sangue,
che io tamponai premendo con la mano.
Continuavo ad incitarla a non mollare, che tra poco sarebbero
arrivati i soccorsi.
Mi guardava negli occhi muovendo le labbra, cercando di dirmi
qualcosa, ma dalla sua bocca usciva solo un suono rauco.
Mi avvicinai con l’orecchio per capire cosa volesse dirmi e mi
sussurrò un “ti amo”, mi sorrise, mi strinse forte... e mi
lasciò lì da solo.
Poco dopo arrivarono tre ambulanze, io non le sentii nemmeno
arrivare, me ne accorsi perchè quattro infermieri mi allargarono le
braccia con la forza per farmi lasciare la mia ragazza. Tutti
urlavano, eppure io ricordo un silenzio incredibile.
Salii con la forza dove avevano caricato Elena, perché non volevano
farmi salire con lei, e ci portarono all’ospedale.
Io e Gianni uscimmo dopo una settimana e il giorno dopo avrebbero
celebrato il funerale di Laura.
Non ci andai, o meglio, ci andai ma rimasi molto distante.
Vedevo tutti piangere e il mio amico che si disperava.
Non aspettai la fine della messa e me ne andai a casa.
Elena voleva essere cremata e i suoi genitori accontentarono quel
suo ultimo desiderio.
Naturalmente io non andai.
Dopo due settimane, e dopo qualche bustarella, le sue ceneri vennero
liberate dall’urna che le conteneva perchè sua madre sfogliando
il suo diario lesse una cosa che scrisse un anno prima:
07-09-1985
“Oggi pomeriggio siamo stati alla nostra grotta. Abbiamo fatto l’amore
ed ogni volta è sempre più bello e dolce. Siamo rimasti, come
sempre, nudi a guardare il panorama splendido e ho chiesto a Roby di
scrivermi una poesia, ma lui mi ha preso le mani e mi ha detto che
quello che stava pensando era di portarmi alle porte dell’universo
e non poteva scriverlo ma dirmelo a voce. Giuro, mi ha fatto volare
con quelle parole. Le ricordo tutte e le voglio scrivere per
ricordarmele.
Chiudi gli occhi e immagina...
immagina un grande prato verde
e tu lì, in piedi,
con gli occhi chiusi,
nel centro.
Senti i raggi del sole
scaldare la tua pelle
e da lontano
scorgi le montagne, il lago.
Il solo rumore che senti
è il battito del tuo cuore,
ascoltalo,
sempre più attentamente,
ha lo stesso suono e ritmo del sole,
dell’aria che respiri,
lo stesso ritmo della montagna
e del lago in lontananza.
Lo senti ora dentro di te?
Ti senti insieme con tutto ciò che ti circonda?
Adesso tu sei parte del tutto,
parte unica, inscindibile
e vibri con l’universo.
Chiudi gli occhi,
segui i tuoi pensieri
e lasciati guidare da me...
alle porte dell’universo.
Sono contenta di essermele ricordate, perchè sono parole
meravigliose.
Se queste sono veramente le porte dell’universo, e ne sono
convinta, vorrei essere davvero parte inscindibile di questo e il
giorno che chiuderò gli occhi per sempre vorrei che le mie ceneri
facessero parte del ritmo della montagna e del lago, lo vorrei con
tutto il cuore, perchè solo così potrei vibrare con l’universo,
col mio Universo.
Accompagnai io i suoi genitori sul posto.
Li portai alla spiaggetta sotto la nostra grotta e suo padre mi
chiese se era lì che facevamo l’amore, io un po’ imbarazzato
gli risposi che la grotta era sulla parete in mezzo a delle rocce e
da quella posizione non si poteva vedere.
Mi abbracciò e pianse.
Quando vidi il prete mi meravigliai, non sapevo che in questi casi
si fa una vera e propria messa funebre.
Durò circa mezz’ora.
Davanti alla spiaggetta c’erano dei massi in acqua e subito dopo
il lago era già profondo tre o quattro metri, e proprio per la sua
pericolosità quel posto non era frequentato da nessuno.
Suo padre salì sui massi e fece scivolare le ceneri della figlia
nell’acqua.
Guardai questa macchia chiara che galleggiava allargandosi nel lago
e che poi bagnandosi andava a depositarsi sul fondo.
Lo so che adesso mi prenderete per pazzo, ma io ho visto lo specchio
d’acqua sorridermi.